La foresta Amazzonica, il polmone verde del pianeta sta morendo

Ricordo quando, sin dalle elementari, ci parlavano della foresta amazzonica come il grande polmone della terra: milioni di chilometri di verde, habitat di più di centomila specie tra uccelli, invertebrati, mammiferi, pesci e anfibi, più di sessanta mila specie di piante. Il nostro polmone ora non è più verde, abbiamo perso gran parte delle specie viventi e la casa di circa 400 popoli indigeni composti circa da un milione di persone, testimoni e protettori della biodiversità, è in fiamme.

Ricordo quando, sin dalle elementari, ci parlavano della foresta amazzonica come il grande polmone della terra: milioni di chilometri di verde, habitat di più di centomila specie tra uccelli, invertebrati, mammiferi, pesci e anfibi, più di sessanta mila specie di piante. Il nostro polmone ora non è più verde, abbiamo perso gran parte delle specie viventi e la casa di circa 400 popoli indigeni composti circa da un milione di persone, testimoni e protettori della biodiversità, è in fiamme.

“Ora” non è più verde, si fa per dire, perché è dal 20 agosto 2019 che si sono susseguiti circa 74155 incendi, il che rende il problema una preoccupazione che dovrebbe essere comune a tutti nel mondo: l’Amazzonia assorbe fino a 120 tonnellate di CO2, vale a dire circa 13 volte le emissioni annue causate dai combustibili fossili e l’industria, con gli ultimi incendi verificatisi nel corso dell’anno  l’assorbimento viene meno e aumentano abbondantemente le emissioni. Le condizioni sono quindi a rischio sia per la fauna e la flora presente sulla superficie amazzonica, sia per tutti i popoli indigeni che fino a poco fa vedevano nella foresta la loro primaria fonte di sostentamento. 

William Magnusson: ricercatore sul monitoraggio della biodiversità presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Amazzonica, afferma che “In Amazzonia, nulla è adatto al fuoco”- “senza la foresta pluviale perdiamo il 99% delle specie”.

Ma perché l’Amazzonia brucia?

Non sarete sorpresi di sapere che, ancora una volta, la causa sono sempre gli interessi economici, perché diciamocelo, è davvero raro che in un ambiente così umido si scatenino incendi così frequenti e intensi. Si pensi che già il primo giorno in cui le fiamme si diffondono, alle tre del pomeriggio il cielo di San Paolo è completamente oscurato a notte dal fumo. Ma che tipo di interessi economici ruotano attorno a queste terre?

Naturalmente il numero e l’intensità degli incendi è direttamente proporzionale ai territori disboscati, considerando che l’uso del fuoco è una delle tecniche più gettonate per la creazione di nuovi spazi per coltivazioni, allevamenti e colture. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha un piano per lo “sviluppo” dell’Amazzonia, che a suo parere frenava lo sviluppo economico del suo paese. Prevede quindi la costruzione di una centrale idroelettrica, l’estensione della rete autostradale e lo spostamento di popolazioni all’interno della regione. Questo progetto mira ad attirare le popolazioni non indigene al fine di stabilirsi in Amazzonia.

Il governo brasiliano però non è il solo a sfruttare violentemente il territorio, anche l’Europa ha la sua parte di  colpa, un’Europa che da un lato è solidale con le popolazioni indigene e la preservazione del territorio, dall’altro la svende tramite l’accordo di libero scambio Ue-Mercosur con alcuni stati del Sud America, inoltre troviamo anche piccoli e grandi coltivatori che si appropriano di terreni per fare posto a nuove piantagioni, spesso di soia, destinata agli allevamenti intensivi di tutto il mondo.

La deforestazione è quindi controllata da grandi governi e organizzazioni criminali, eppure ne traspare un gigantesco buonismo da parte di quegli stati, come l’Italia, che fingono la solidarietà e distruggono allo stesso tempo. 

È ora di finirla di violare ogni tipo di diritto, umano e non, per un “progresso” che porta i ricchi ad essere sempre più ricchi e i meno fortunati a rimetterci. Interi ecosistemi spazzati via per la costruzione di opere edili che sì, favoriranno il turismo, ma che gusto c’è a viaggiare se tutto ciò di caratteristico che esiste viene distrutto?

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